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Argia Sbordone, l’italiana della Fed: «Ecco perché gli Usa ripartiranno prima dell’Europa»

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 24/11/2020 Federico Fubini

Prima di congedarsi Argia Sbordone aggiunge, secca, «un’ultima cosa: non mi chiami professoressa, non insegno». Non più, dopo passaggi a Princeton e Rutgers. Lavora alla Federal Reserve di New York, la più importante nella rete federale della banca centrale americana, dove è vicepresidente. Sbordone è nata e cresciuta a Napoli e lì si è laureata, prima di un dottorato a Chicago e di una carriera che l’ha portata ai vertici del sistema finanziario americano.

Questa recessione distrugge di più il lavoro di donne, giovani e persone a basso reddito. Perché?

«Lo vediamo intorno a noi: sono colpiti di più servizi come il commercio al dettaglio, l’ospitalità, i viaggi e in genere tutti i lavori nei quali conta il rapporto diretto fra persone. E questi sono settori in cui sono occupati in particolare i giovani, le donne e i lavoratori meno qualificati».

Tutto tornerà come prima, una volta fatti i vaccini?

«Sono molto scettica quando sento fare previsioni del genere. Credo che questa esperienza avrà effetti di lungo periodo e molte cose cambieranno in maniera definitiva. Anche per questo le politiche pubbliche devono prendersi cura sia di chi perde il lavoro, sia in genere delle categorie più deboli impegnate in funzioni essenziali. Non saremmo sopravvissuti in questi mesi senza coloro che si esponevano al rischio di contagio lavorando nei supermercati o nei servizi sanitari».

Nelle aziende in difficoltà vanno protetti i lavoratori, offrendo loro assegni di disoccupazione e una formazione, o i posti di lavoro vietando i licenziamenti?

«Preservare i posti era importante all’inizio della crisi, ma alla lunga rischia di non favorire la riallocazione delle risorse che è necessaria in un sistema dinamico. Bisogna lasciare che il lavoro e gli investimenti si spostino dai settori per i quali non c’è vitalità a quelli per i quali c’è. A un certo punto bisogna proteggere più i lavoratori che non i posti di lavoro».

Come hanno fatto gli Stati Uniti in primavera?

«Sì certo, con il CARES Act, che ha dato un sostegno al reddito alle persone. A posteriori è stato criticato in quanto sarebbe stato troppo generoso, ma ha sostenuto i consumi e consentito un alto tasso di risparmio. In parallelo il governo federale ha offerto alle piccole e medie imprese trasferimenti diretti o prestiti convertibili in trasferimenti. È stato un intervento massiccio su tutti i fronti e contribuisce a spiegare perché l’economia sia rimbalzata tanto nel terzo trimestre».

Spiega anche perché la recessione negli Usa sia meno profonda che in eurozona?


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«In Europa la risposta non ha favorito la riallocazione delle risorse verso le aree più dinamiche. Il primo intervento è stato necessario per fermare il crollo, ma era importante lasciare aperta la via della riallocazione. L’idea di un continuo supporto a una situazione statica non è soddisfacente dal punto di vista economico».

Non è un’illusione che i lavoratori si spostino in automatico dove il lavoro c’è?

«In realtà il capitalismo non sposta i lavoratori in automatico da dove non servono a dove sono più necessari. Occorre tempo, per questo è importante il sostegno pubblico. Serve una rete di sicurezza sociale che fornisca reddito e la possibilità di aggiornare le proprie competenze. Solo così il lavoratore riesce a transitare da un impiego a un altro senza entrare nella categoria dei senzatetto».

Il lavoro da casa è una novità del 2020. Come cambiano la produttività, i rapporti di lavoro o il ruolo di hub come New York o Milano?

«Non ci sono risposte già pronte. Il lavoro da casa in qualche forma continuerà, ma non credo possa essere generalizzato come alcuni pensano. Un conto è lavorare da casa quando i rapporti professionali sono consolidati, un altro è creare nuovi rapporti di lavoro da remoto. Integrare nuovi addetti in un’azienda è più complesso della semplice prosecuzione di relazioni già esistenti. E poi pensiamo ai poli tecnologici o creativi: l’agglomerazione dei talenti in un luogo ha un ruolo reale, credo che la mancanza di questo tessuto connettivo non giovi alla creatività».

Non crede alla rivoluzione dello smart working?

«Certo abbattere i tempi del pendolarismo è un sollievo per tante persone e l’attività a distanza in molti casi è più facile. Ma in un lavoro basato sullo scambio di idee, il contatto personale è importante. Pensare insieme aiuta».

Con Covid, le Big Tech diventeranno troppo forti?

«Escono rafforzate, ma non in tutti i settori. Non tutto sarà trasformato così radicalmente come alcuni immaginano. Per quanto mi riguarda, non credo e non mi auguro che la società diventi un insieme di rapporti mediati dalla tecnologia. Mi pare più wishful thinking che una previsione».

Ha consigli per l’Italia?

«Non seguo così da vicino la situazione italiana da potermi lanciare in consigli. Di certo, questo non è il momento di avviare una stretta di bilancio: predomina ancora l’imperativo di non mandare a fondo l’economia. Ma non è neanche il momento di spendere nel peggiore dei modi. È importante dare un sostegno all’occupazione, ai redditi dei disoccupati, aiutare le imprese che hanno un futuro. Ma bisogna valutare se sia il caso di farlo anche con imprese che non ce l’hanno, questo futuro. Riguardo a queste ultime, forse sarebbe meglio investire nel formare nuove competenze nelle persone che ci lavoravano».

Come donna, pensa che la sua carriera sarebbe stata possibile in Italia?

«Oggi sì, lo sarebbe. Anche negli Stati Uniti le donne stanno avendo grandi affermazioni nelle carriere legate all’economia. Ma non illudiamoci: qui la discriminazione è meno esplicita, eppure è ancora difficile per una donna entrare in professioni ancora dominate da figure maschili».

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