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Catania, lingotti e diamanti alle cosche senza fattura: 40 arresti

Logo La Stampa La Stampa 5 giorni fa FABIO ALBANESE
CATANIA. Alcuni imprenditori di Paternò, importante centro nella parte occidentale della provincia di Catania, collaboravano con i clan mafiosi locali. Gioiellieri, come Angelo Nicotra finito ai domiciliari, vendevano alle cosche lingotti, diamanti, orologi e gioielli senza fatture, quindi favorendo il riciclaggio del denaro; commercianti di prodotti ortofrutticoli, come Salvatore Tortomasi (finito in carcere), dividevano gli utili con la cosca in cambio di una posizione predominante nel mercato, sbaragliando la concorrenza e «risolvendo» facilmente le controversie con i creditori; altri truffavano l’Inps con falsi braccianti agricoli compiacenti. Sono tra gli elementi emersi dall’indagine della Dda di Catania che, dopo l’ordinanza del gip, nella notte ha portato centinaia di carabinieri del comando provinciale di Catania, con la collaborazione di quelli di Messina, Siracusa, Caltanissetta e dei reparti specializzati dell’Arma, in azione per portare in carcere 30 persone e porne ai domiciliari altre dieci. «Le indagini hanno consentito di ricostruire gli organigrammi dei gruppi mafiosi stanziati nella provincia etnea, in particolare a Belpasso e a Paternò - sottolinea il comandante dei carabineri di Catania, il colonnello Rino Coppola -. E’ stato accertato un rilevante condizionamento mafioso del tessuto economico locale. Diversi imprenditori favorivano consapevolmente i clan locali». [[(Video) Droga, pizzo e truffe Inps: l'operazione antimafia "Sotto scacco"]] L’operazione «Sotto scacco» è partita dalle dichiarazioni di quattro collaboratori di giustizia che hanno permesso di ricostruire la mappa delle attività dei quattro gruppi che, parti di un unico clan mafioso, si dividevano il controllo di Paternò e di Belpasso, alcuni dei quali affiliati alla famiglia catanese di Cosa nostra dei Santapaola-Ercolano. A Paternò la «piazza» era dominata dalle famiglie Alleruzzo, Assinnata e Amantea. Secondo l’inchiesta, Santo Alleruzzo, ergastolano nel carcere calabrese di Rossano, approfittava dei permessi premio per tornare in paese e organizzare il clan. Gli Assinnata avevano a capo Domenico Assinnata senior, figura carismatica del gruppo, e Pietro Puglisi. Gli Amantea erano sotto il controllo di Salvatore Vito Amantea e Guseppe Beato, quest’ultimo storico collaboratore del padre di Amantea, Francesco. Il gruppo di Belpasso era guidato da Barbaro Stimoli e Daniele Licciardello. Sono tutti tra gli arrestati. Le ipotesi di reato sono, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, associazione per delinquere finalizzata alle truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni pubbliche da parte dell’Inps. Fatti contestati sino all’agosto del 2019; tra questi,  anche una tentata estorsione aggravata ai danni dell’industria dolciaria «Condorelli» di Belpasso, quella dei famosi torroncini. All’interno dei vari gruppi criminali, alcuni si occupavano in particolare del traffico di droga, marijuana e cocaina soprattutto.  Complessa ma molto redditizia la truffa all’Inps, gestita soprattutto dagli Amantea: il clan faceva ottenere l’indennità di disoccupazione agricola a falsi braccianti, attraverso ditte, aziende e consulenti del lavoro compiacenti che certificavano giornate lavorative che i finti braccianti in realtà non svolgevano. Il ricavato delle indennità veniva incassato in parte dai presunti braccianti, 20 euro al giorno, mentre il resto andava alla cosca. Un sistema che favoriva tutti e che le cosche usavano anche per gestire pacchetti di voti da offrire nelle varie tornate elettorali. Tra gli arrestati di oggi non ci sono politici.
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