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Gli schiavi dei volantini controllati con il Gps per cani

Logo La Stampa La Stampa 04/05/2018
Gli schiavi dei volantini controllati con il Gps per cani © ANSA Gli schiavi dei volantini controllati con il Gps per cani

Agli animali viene fissato sul collare. Ai distributori di materiale pubblicitario dell’Alto Adige veniva invece attaccato sul manubrio della bicicletta. Si tratta di un dispositivo Gps tracker (inseguitore) che consente di tracciare, con un margine di errore minimo, il percorso seguito.

Solitamente si usano per scongiurare che cani e gatti, usciti inavvertitamente dalle proprie abitazioni, non facciano più rientro in casa.

In questo caso, il meccanismo serviva ai gestori dell’odioso fenomeno di caporalato per monitorare ogni singolo spostamento giornaliero di 41 giovani stranieri, incaricati di consegnare depliant promozionali anche di prestigiosi brand e famose catene della grande distribuzione.

Lavoratori che osservavano turni di 15 ore consecutive, sei giorni la settimana, con una retribuzione di 5-700 euro mensili: meno di due euro l’ora. Rigorosamente in nero: il “commercialista” cui era affidata la contabilità era sedicente e non aveva mai redatto un solo documento fiscale che non fosse una mera copertura dell’attività illecita agli occhi degli ignari stranieri.

Il sistema tecnologico utilizzato per pedinare i corrieri della pubblicità sfrutta piccoli trasmettitori che consentono di individuare esattamente dove si trova la bicicletta direttamente sulla mappa visualizzata sullo smartphone o sul tablet. In sostanza, una volta comprati, a pochi euro, il dispositivo e una sim card, si scarica gratuitamente l’app, la si abbina al congegno e si inizia a visualizzare la posizione. I tracker sfruttano tre o più satelliti per geolocalizzare con precisione l’obiettivo da sorvegliare (di solito appunto un animale), con uno scarto di massimo 5 metri e in un tempo di 2-5 secondi.

Impossibile, per le vittime del sistema sgominato dalla Guardia di Finanza di Bolzano, sfuggire ai controlli: ogni singolo stabile della zona assegnata per il volantinaggio doveva essere raggiunto e rifornito. Azzerati i casi di abbandono di pubblicità nei cassonetti dei rifiuti o nei fossati.

Nei guai sono finite sette persone: cinque indiani e due italiani, denunciati per associazione per delinquere, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. L’organizzazione criminale utilizzava la manodopera di lavoratori, regolari sul suolo nazionale, di nazionalità pakistana, indiana e algerina. La società truffaldina operava anche nelle province di Vicenza, Trento, Verona e Milano.

Gli addetti al volantinaggio, privi di mezzi di sussistenza alternativi e costretti a vivere in condizioni igienico-sanitarie precarie, venivano reclutati, principalmente, nella zona di Rosà (Vicenza) e trasportati, mediante dei furgoni fatiscenti - sovente causa di gravi incidenti stradali -, sui luoghi di lavoro distanti anche alcune ore.

Come se non bastasse, gli stranieri erano sottoposti a continue minacce di licenziamento o di percosse.In molti casi, venivano sequestrati e trattenuti la carta d’identità o il permesso di soggiorno degli addetti alla consegna, «per mantenere saldo - ricordano gli inquirenti altoatesini - il rapporto di patologica subordinazione e di condizionamento psicologico».

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