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Trieste sogna di riportare a casa il batiscafo del record

Logo La Stampa La Stampa 21/08/2020 FABIO POZZO
Sognare non costa nulla e spesso i sogni si avverano.  Così Trieste continua a sognare di riportare “a casa” il batiscafo Trieste con il quale 60 anni fa Jacques Piccard e Don Walsh toccarono il fondo della Fossa delle Marianne, a quasi -11.000 metri, il punto più profondo del pianeta. L’idea prende forma due anni fa durante MareNordest, una manifestazione dedicata al mare promossa dalla città giuliana. In quell’occasione è presentato il libro “Il Trieste” di Enrico Halupca (Ed. Italo Svevo Srls. Trieste), in cui l’autore ripercorre la storia del batiscafo, che fu progettato dallo svizzero Auguste Piccard e fu costruito in Italia, lo scafo a  Trieste, nel Cantiere San Marco dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico, la sfera pressurizzata dalle acciaierie Terni e poi assemblata (saldata allo scafo stesso) nei cantieri navali di Castellammare di Stabia. Sfera che aveva ospitato i due membri d’equipaggio dell’immersione record. Da queste pagine, emergono anche alcuni documenti inediti, che sanciscono i legami tra Piccard e Diego de Henriquez, un particolarissimo e a tratti ancora misterioso studioso triestino, che lo stesso Halupca definisce “l’influencer” che permise la nascita del batiscafo. Da lui i contatti per Piccard, da lui l’idea di un’impresa che avrebbe portato lustro al suo Museo di Guerra per la Pace e spianato la strada alla sua visione di una Trieste capitale europea della Scienza, da lui lo sforzo della città per far costruire lo scafo - il progetto comincia a prendere corpo nel 1952 - presso il Cantiere San Marco. Il batiscafo  - si legge nel libro - compie due discese record nel Mediterraneo, il 26 agosto del ’53 a – 1.080 m di profondità a Sud di Capri; e  il 30 settembre, a  – 3.150 m di discesa nella Fossa Tirrenica, al largo dell’isola di Ponza. L’immersione nel Pacifico, nella fossa delle Marianne, è del 23 gennaio 1960 (in piena epoca di Guerra Fredda), quando il batiscafo è già passato da due anni nella proprietà della Marina militare degli Stati Uniti. In seguito, l’unità è utilizzata dall’Us Navy nell'Oceano Atlantico, dove prende parte anche alle ricerche  del sottomarino UssThresher e infine è posta in disarmo. Dal 1974  è in esposizione permanente al National Museum of the United States Navy di Washington DC, dove è stata anche rimontata la cabina a sfera fabbricata a Terni. Torniamo al 2019. Dalla manifestazione MareNordest parte un’azione esplorativa volta a sondare la possibilità di riportare il batiscafo a Trieste. Ma, come riporta il sito Serial Diver, il museo risponde picche, spiegando che l’istutuzione in pratica è costruita attorno al Trieste. La città giuliana non si arrende e sogna ancora. Lo stesso autore del libro, Halupca, lancia una idea alternativa, quella di riportare a Trieste non lo scafo, ma  la cabina sferica forgiata alla Terni. E’ il nuovo sogno, di cui si riparlerà il 27 agosto nella città giuliana, nell’ambito della rassegna “Science in the City Festival”, con la conferenza spettacolo dal titolo “L’avventura del batiscafo Trieste” presso l’Auditorium del Museo Revoltella. Ci sarà Halupca, che presenterà il suo libro e  un video promo di una docu-fiction in corso d’opera sul batiscafo Trieste, e ci saranno tutti coloro che stanno lavorando al sogno. Un’occasione per fare il punto su questo “movimento” d’intenti, che vorrebbe la storia di quel record nelle sale del Civico Museo del mare di Trieste, nascente all’interno del magazzino 26 del Porto Vecchio.
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