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Capelli fa da te? Un po’ si può, ma andare dal parrucchiere è un’altra cosa

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 20/09/2020 Maria Teresa Veneziani e Giancarlo Grossini

Siamo diventati tutti parrucchieri. O quasi. Durante il lockdown Gilda si è fatta spedire dal suo hair dresser di fiducia la tinta per sé e l’amica del cuore, ma solo quando ha visto la sua chioma virare dal biondo al nero-pece ha capito che le magiche pozioni erano state invertite. Ludovica mostra al coiffeur quei ciuffetti senza senso, tagliati troppo vicino alla cute nel tentativo di copiare (su InstagramTV) il tutorial di sfilatura di Paola Baral e guidata via Zoom da Mauro Situra di Coppola. Certo, c’è anche chi a tingere e phonare ci ha preso gusto, apprezzando il risparmio sul conto a fine mese... «Il Covid ha sconvolto molte cose ma non ha impedito ai capelli di crescere. E molte di noi, più cercavano di domare le loro chiome e più si rendevano conto di quanto questi professionisti in realtà siano essenziali. Perdiamo più di un semplice taglio di capelli quando barbieri e parrucchieri sono chiusi», scrive l’inglese Quartz.com. E in effetti, il salone per molte donne (e sempre più uomini) rappresenta un crocevia di storie, aneddoti, fobie, manie e sentimenti che da sempre affascina scrittori e registi. C’è tutto un mondo di trucco e parrucco nella storia del cinema che fa luce su quanto andare a farsi belli sia un po’ come recarsi dal confessore che ascolta, commenta e fornisce indicazioni di comportamento.

Trucco e parrucco al cinema

Rivedere alcuni film più o meno recenti fa ben capire come andavano le cose. Da George Cukor, che in Donne (1939) regala una commedia dove il pettegolezzo in un salone di bellezza rovina famiglie con Joan Crawford femme fatale, fino al nostro Stefano Incerti che con La parrucchiera nel 2017 ha ritratto con colori almodovariani l’universo partenopeo di cui sono protagoniste operatrici, clienti, e anche transgender, fra shampoo colorante, allungamenti di ciglia e l’esilarante «vesuviush», tipo particolare di shatush che schiarisce solo le punte. Tocca ancora il cuore Herbert Ross che ha diretto nel 1989 Fiori d’acciaio, raccogliendo con la parrucchiera Dolly Parton un gineceo strepitoso fra caschi e bigodini per vedove (Shirley MacLaine) e future spose (Julia Roberts). Racconta la vita delle clienti, con la Beirut del 2007 a far da location, Caramel di Nadine Labaki, anche attrice nel ruolo di estetista nel suo salone «Si belle» dove si intrecciano phon, cerette e problemi sentimentali da risolvere. Gina, brava e onesta, riesce a raggiungere il successo e diventa il simbolo dell’empowerment femminile.

Terapisti part-time

«Mentre svolgono il ruolo di terapisti part-time per i loro clienti, molti saloni sono punti di ingresso vitali nell’imprenditoria per le comunità delle minoranze e delle classi operaie», sottolinea il giornale inglese. «Un concetto oggi per fortuna già superato», osserva Franco Curletto, due saloni, a Milano e Torino, dove già lavora la figlia Gaja, quarta generazione. «Si riferisce al tempo in cui chi non voleva andare a scuola faceva la sarta o il parrucchiere. Oggi, nel nostro piccolo rappresentiamo una eccellenza . Chi sceglie questa professione perché non sa cosa fare nella vita cade in un grande errore, perché questo è il lavoro dove il talento esce solo dopo che ti sei applicato con passione e umiltà. Ho cominciato a 13 anni e non ho mai sentito il peso». Curletto, come molti colleghi, ha istruito sui social i suoi clienti. «Grandi disastri alla riapertura del salone, dopo un mese e due settimane, non ne ho visti», racconta. «E per fortuna, la clientela non è diminuita, anzi, è diventata più eterogenea. Forse rassicurata dal contingentamento e dalle misure di sicurezza...». E il parrucchiere è diventato quasi una seduta psicologica. «Ho tagliato capelli anche a giovani che uscivano per la prima volta di casa dopo il lockdown. Complice lo smart working dove alla fine non ti togli più la tuta», continua Curletto. «Anni fa ho fatto un lavoro con l’ospedale psichiatrico del San Raffale e mi hanno spiegato che il rifiuto dello specchio e l’abbandono fisico sono strettamente legati al disagio psicologico».

«La seduta al salone aiuta l’autostima»

La seduta nel salone aiuta l’autostima e serve a rilassarsi. «I tempi lunghi invitano alle confidenze, ma guai alle maldicenze, minano la fiducia, quel sentimento che ti porta a dire “fai tu”». È Warren Beatty - bellone dello star stystem che nel 1975 diventa parrucchiere, cappellone come era di moda in quegli anni, e audace rubacuori, in Shampoo, di Hal Ashby - a entrare nei pettegolezzi che tanto gli servono per far carriera, mentre fa i capelli lisci a Julie Christie e a Goldie Hawn in una Los Angeles da favola erotica, ma di classe, con Carrie Fischer al debutto, 17enne con parrucca e completo da tennis per sedurre. «Ho sempre saputo prima di tutti se le mie clienti si stavano separando o se avevano l’amante», racconta Jill Vergottini, erede di quel Vergottini che ha creato i caschetti della storia del costume, da Franca Valeri a Caterina Caselli a Raffaella Carrà.

Gelosie

«Scattano anche le gelosie, e devi cercare di distribuire le stesse dosi di attenzioni, pena perdere la cliente. Una delle scene più divertenti del pluripremiato Fleabag commedia della drammaturga inglese Phoebe Waller-Bridge, ci ricorda che, purtroppo, non possiamo sistemare la nostra vita con un taglio di capelli. In compenso Jill Vergottini testimonia che se è riuscita a far ripartire la sua è grazie all’aiuto delle sue clienti . «Un anno fa sono stata lasciata e sono entrata in un loop di disperazione. Ho perso dieci chili. Non mi hanno mai abbandonata, supportandomi in ogni modo. Se il nostro rapporto è così forte è anche perché sanno che da me trovano una persona di cui potersi fidare: come dico sempre, quello che succede da Jill, resta da Jill».

L’articolo è uscito su 7, il magazine del Corriere della Sera in edicola fino a venerdì 25 settembre

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