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Delitto Floyd, agente condannato per omicidio preterintenzionale

Logo Avvenire Avvenire 21/04/2021 Elena Molinari, New York

Ci sono volute meno di 10 ore per raggiungere un verdetto. Dopo due settimane di testimonianze, e dopo aver assistito innumerevoli volte al video straziante degli ultimi istanti di George Floyd che ripete come all’infinito «non riesco a respirare», i 12 giurati non hanno avuto dubbi: Derek Chauvin è colpevole. È stato il suo ginocchio, tenuto premuto senza pietà per 9 minuti e mezzo sul collo del 46enne afroamericano a uccidere Floyd.

A 11 mesi da una morte, avvenuta sulle strade di Minneapolis, ma che ha suscitato sdegno in tutto il mondo, provocando la più grande ondata di proteste contro il razzismo della storia americana, dal cuore degli Stati Uniti emerge un verdetto che può cominciare a ricostruire la fiducia della comunità nera nella giustizia Usa. Se non nella polizia. L’accusa nel presentare il suo caso era infatti stata chiara: sul banco degli imputati non c’erano le forze dell’ordine americane, ma un singolo poliziotto, che ha abusato dei suoi poteri e con le sue azioni ha ucciso un cittadino che non poneva alcun rischio agli agenti. La condanna non prevede automaticamente una sentenza, che dovrà essere pronunciata dal giudice Peter Cahill nelle prossime settimane, ma porta con sé la possibilità di 40 anni di prigione, anche se, per un imputato senza precedenti penali, è più probabile una pena a 12 anni e mezzo dietro le sbarre.

© Fornito da Avvenire

La città di Minneapolis, dove si è svolto il processo, è esplosa alla pronuncia del verdetto come era esplosa dopo l’uccisione di Floyd. Questa volta non di rabbia, ma di gioia. Da giorni la tensione era altissima nella metropoli, come in larga parte del Paese. Da ieri mattina attivisti del movimento Black lives matter, studenti e americani di tutte le razze attendevano l’esito del dibattimento nelle stesse piazze dove l’anno scorso erano scoppiate le proteste, anche violente, per l’uccisione di Floyd. E non solo. La morte di “Big George”, come era chiamato il padre di cinque ragazzi, ha infatti risvegliato la rabbia della comunità afroamericana per tutti gli altri neri che come lui sono morti per mano di un agente di polizia.

E per quel «razzismo sistemico» che fa in modo che negli Stati Uniti un nero su mille perde la vita a causa di un incontro con la polizia. Il verdetto è per molti aspetti sorprendente, data la rarità con la quale negli Usa viene punito un poliziotto che uccide un cittadino nello svolgimento delle sue funzioni, ed ha per questo il peso di un momento storico. Buona parte dell’America lo attendeva come uno spartiacque. Lo stesso Joe Biden, con una mossa inusuale, si è spinto ieri a parlare di «prove schiaccianti» emerse dal processo, provocando polemiche.

«Prego per un verdetto giusto», ha anche auspicato il presiedente americano, invitando i manifestanti alla calma e spiegando come anche i familiari di Floyd invocassero «pace», qualunque fosse la decisione della giuria. Ma nel frattempo, ieri, gli studenti delle scuole superiori di tutto il Minnesota avevano scioperato contro la brutalità della polizia e contro la presenza della Guardia nazionale a Minneapolis, blindata da venerdì scorso. I giovani hanno sfilato in una città deserta, con negozi chiusi e vetrine coperte da assi di legno, scandendo anche slogan in memoria di Daunte Wright, il ventenne afroamericano ucciso dalla polizia, sempre nei pressi di Minneapolis, che l’aveva fermato per un’infrazione stradale.

La giuria, formata da sei bianchi e sei non bianchi, sette donne e cinque uomini, ha dunque scartato le accuse più lievi, per omicidio colposo e omicidio di terzo grado. Non ha creduto alla versione della difesa che Floyd sia morto per avere assunto droghe e per problemi cardiaci. Chauvin è sempre rimasto impassibile: nessuna reazione. Ha assistito al processo rimanendo in libertà, poi è stato subito ammanettato e portato in carcere.

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