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Guantanamo, gli Usa trasferiscono in Marocco un prigioniero. Un altro passo verso la chiusura del campo

Logo La Repubblica La Repubblica 19/07/2021 dalla nostra inviata Anna Lombardi
Filo spinato fuori dal carcere di Guantanamo © Fornito da La Repubblica Filo spinato fuori dal carcere di Guantanamo

NEW YORK - E via uno. Abdul Latif Nasir, 56 anni, prigioniero numero 244, ha lasciato Guantanamo. L'amministrazione Biden lo ha rimpatriato in Marocco dopo 19 anni di detenzione nel super carcere all'interno della base navale che gli americani ancora conservano sull'isola di Cuba. L'infame campo di prigionia è nato nel gennaio 2002, quattro mesi dopo l'attacco alle Torri Gemelle e tre dopo l'inizio della guerra in Afghanistan, per ospitare una tipologia di prigionieri davvero speciali: "combattenti nemici illegali", secondo la definizione coniata all'epoca dagli uomini di George W. Bush per definire quei presunti terroristi di matrice islamica, trattenuti senza processo in palese violazione della Convenzione di Ginevra. Nel tempo quel campo di prigionia è diventato vero simbolo degli eccessi della "guerra al terrore": per le condizioni di detenzione dei sospetti e le disumane tecniche di interrogatorio messe in pratica sui prigionieri.

Verso la chiusura?

Secondo il sito di Politico, la libeazione di Nasir va considerata come un primo significativo passo verso la serrata della struttura, d'altronde lungamente promessa dai dem. Barack Obama non riuscì infatti a chiuderla ma praticamente la svuotò, visto che nei giorni più cupi arrivò ad ospitare 779 persone e lui portò il numero a 41. Ora - dopo la liberazione di Nasir - ne restano 39, di cui solo 9 formalmente incriminate.

Chi è Nasir

Il Pentagono ha dunque ringraziato il Marocco, Paese natale dell'uomo appena liberato, per averlo accettato nei suoi confini. Accusato di essere un membro di al-Qaeda, l'organizzazione terroristica create da Osama Bin Laden, in Afghanistan per combattere la jihad, Nasir sarebbe dovuto in realtà tornare in libertà già tre anni fa. Un comitato di revisione aveva infatti stabilito nel 2016 che la sua detenzione "non era più necessaria per proteggere gli Stati Uniti da una continua e significativa minaccia alla sicurezza nazionale". Tanto più che l'uomo sembra essersi sinceramente redento ed è l'autore di un dizionario arabo-inglese-arabo realizzato in carcere contenente oltre 2000 parole. Ma all'epoca il governo guidato da Donald Trump non ne aveva voluto sapere, con buona pace del fatto che nessuna formale accusa era mai stata mossa contro quel prigioniero. Anzi, The Donald nel 2018 ordinò di mantenere aperta Guantanamo, autorizzando pure l'eventuale invio di nuovi detenuti "se lecito e necessario per proteggere il Paese": caso, fortunatamente, rivelatosi non necessario.

Uno alla volta

Eppure, nel 2013, Carol Rosenberg, giornalista del Miami Herald per anni impegnata in un'inchiesta mirata a stabilire di cosa fossero effettivamente accusati gli uomini prigionieri nel super carcere, ottenne documenti del Dipartimento della Difesa dove si identificava Nasser come uno dei 48 contro i quali non c'erano prove. Ma i funzionari continuavano a considerarli troppo pericolosi per essere rilasciati, raccomandandone il proseguo della detenzione (illegale) "a tempo indeterminato".

"L'amministrazione Biden è impegnata a seguire un processo accurato focalizzato sulla riduzione responsabile dei detenuti nella struttura di Guantanamo, salvaguardando allo stesso tempo la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati", dice ora il Pentagono. E in effetti già a febbraio, la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki aveva ribadito il sostegno di Biden alla chiusura della struttura, possibilmente entro la fine del suo mandato presidenziale nel 2024. Un prigioniero alla volta. 

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