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Otto anni, 12,5 chili: la bambina simbolo della strage degli Yanomami

Logo La Repubblica La Repubblica 26/05/2021 di Beatriz Juca
Una bambina ammalata di malaria e sofferente per la denutrizione nel villaggio di Maimasi, in Brasile. DIVULGACAO © Fornito da La Repubblica Una bambina ammalata di malaria e sofferente per la denutrizione nel villaggio di Maimasi, in Brasile. DIVULGACAO

Un'amaca scura avvolge il corpicino di una bambina Yanomami (etnia indigena dell’Amazzonia), così magro da metterne in evidenza le costole. La fotografia di questa bambina di 8 anni, che pesa solo 12,5 chili (il peso minimo normale per la sua età è di 20 chili), è stata scattata nel villaggio di Maimasi, nello Stato di Roraima, nel nord del Brasile e denuncia il problema cronico della scarsa assistenza sanitaria che devono affrontare gli indigeni nel cuore dell'Amazzonia.

La bambina era malata di malaria e di polmonite, aveva i vermi ed era denutrita in una regione dove non ci sono medici che facciano visite regolari e si trova a 11 ore di distanza a piedi dall’ambulatorio più vicino. La foto è stata scattata il 23 aprile, qualche giorno prima che fosse trasportata in aereo in un ospedale della capitale dello Stato, Boa Vista, dove è guarita dalla malaria, ma è ancora in cura per altre malattie. La sua immagine è diventata un simbolo dello storico abbandono del Brasile nei confronti del popolo Yanomami, che sta lottando per sopravvivere in mezzo a diverse crisi: l'escalation della violenza da parte dei minatori illegali, gli impatti ambientali che portano la fame in alcune regioni e il difficile accesso alle cure sanitarie.

Il leader indigeno Darío Kopenawa, che ha autorizzato la pubblicazione della fotografia in questo reportage, ha spiegato che “nella cultura Yanomami non possiamo mostrare l'immagine di un bambino, fragile, malato. Ma è molto importante farlo a causa della crisi che stiamo attraversando”. Per questo gruppo etnico, l'immagine della persona è una parte importante della sua vita e trasmetterla in una situazione di malattia può indebolirla ancora di più. Anche quando si muore, bisogna bruciare tutti i ricordi del defunto per preservare il suo spirito nel mondo dei morti, ma la comunità ha deciso di pubblicare la foto mentre la bambina lotta per la sua salute per denunciare ai napëpë -  i non indigeni - le loro sofferenze di fronte alla grave crisi sanitaria che li minaccia.

“Questa foto è una risposta alla violazione dei diritti dei popoli indigeni”, riassume Kopenawa. Mentre la malaria e il Covid-19 avanzano nei villaggi, i capi riferiscono che le équipe sanitarie sono state ridotte, perché colpite a loro volta dalla pandemia e da altre malattie. Inoltre, i centri sanitari sono stati temporaneamente chiusi e mancano gli elicotteri per trasportare i pazienti che si trovano in zone di difficile accesso. “Stiamo soffrendo da molto tempo, manca una buona struttura, mancano gli specialisti a cui rivolgersi. Con la pandemia, la situazione è peggiorata”, dice Konepawa.

Il problema colpisce soprattutto le comunità più isolate, che dipendono dalle visite sporadiche delle équipe mediche. Júnior Yanomami, membro del Consiglio Distrettuale della Salute Indigena (Condisi), l'organismo responsabile del controllo sociale delle iniziative del governo, aggiunge: “Ci sono luoghi che non hanno ancora ricevuto il vaccino contro il Covid-19 perché manca il personale sanitario. Sono comunità lontane dai centri, difficili da raggiungere”. In Brasile, i gruppi indigeni sono gli ultimi della fila per la vaccinazione.

Malaria e malnutrizione

 

“La salute degli Yanomami è trascurata. Manca tutto”, continua il capo indigeno. Racconta che il villaggio di Maimasi, dove è in atto un'epidemia di malaria e diversi bambini soffrono di malnutrizione e verminosi, non vedeva da sei mesi un’equipe di medici  quando, alla fine di aprile, sono finalmente venuti a prendere la bambina nella foto (diffusa da un missionario cattolico e pubblicata dal quotidiano Folha de São Paulo). L’équipe non aveva abbastanza medicine per tutti quelli che ne avevano bisogno, racconta l'indigeno.

Il Segretariato della Salute Indigena (Sesai), responsabile dell'assistenza alle popolazioni indigene, dà una versione diversa dei fatti: dice che l’intervento è avvenuto il 19 marzo, “ma la famiglia non ha autorizzato il trasferimento in un centro sanitario”. Garantisce di avere scorte sufficienti di medicinali e professionisti della salute sotto contratto, ma non chiarisce la frequenza delle visite al villaggio. Il Sesai, inoltre, non ha fornito dati a EL PAÍS sull'incidenza della malaria, della malnutrizione e della mortalità infantile utili a stabilire un quadro della crescita delle malattie nella regione.

Questi problemi sanitari non riguardano tutto il territorio Yanomami – un’area grande come il Portogallo - ma sono presenti in diverse comunità. Uno studio condotto dai ricercatori della Fondazione Fiocruz in due zone del territorio, Auaris e Maturaká, e pubblicato l'anno scorso, dà alcuni indizi sulle dimensioni del problema: in queste località, l'80% dei bambini sotto i 5 anni soffriva di malnutrizione cronica e il 50% di malnutrizione acuta.

La situazione è legata alla scarsità di acqua potabile e alla mancanza di controlli nutrizionali e di cure prenatali durante la gravidanza. È anche dovuta a frequenti casi di verminosi, malaria e diarrea nelle comunità. “Dal 2019 segnalo le nostre esigenze e chiediamo aiuto al governo”, spiega Júnior Yanomami. “Ora la situazione è peggiorata. La malnutrizione è aumentata molto. Dove ci sono estrazioni minerarie illegali, c'è il problema della fame. E con la pandemia, le invasioni sono aumentate. Come si spiega la fame degli Yanomami? I minatori inquinano i fiumi, distruggono la foresta, uccidono gli animali per la caccia. Noi ci nutriamo di ciò che ci dà la natura”, spiega l'indigeno.

Gli abitanti di Maimasi sono discendenti di uno dei gruppi più colpiti dall'apertura dell'autostrada Perimetral Norte (BR-210) negli anni Settanta, durante la dittatura militare. A quel’epoca, una parte significativa del gruppo morì a causa di epidemie di morbillo e altre malattie trasmesse dagli operai che lavoravano alla costruzione della strada. Da anni chiedono un centro sanitario, ma per ora continuano a dipendere dalle visite sporadiche che l’équipe sanitaria fa alla comunità.

 

La minaccia delle attività minerarie illegali

 

La situazione, che era già difficile, è peggiorata soprattutto dall'anno scorso. Le visite sono diminuite mentre le attività dei minatori illegali sono aumentate, aumentando la possibilità di malattie contagiose e la violenza. E i casi di malaria, che gli indiani subiscono da decenni e che il Sesai considera “endemica”, continuano ad aumentare. Secondo Júnior Yanomami, sono stati identificati circa 10.000 casi solo quest'anno, il che corrisponde a poco più di un terzo dell'intera popolazione Yanomami che è di circa 29.000 persone. “La bambina nella foto esprime probabilmente questo insieme di tragedie”, ha detto la Rete Pro-Yanomami e Ye'kwana in un comunicato.

I vari problemi sanitari, ambientali e sociali affrontati dalle comunità non sono separabili. La deforestazione in Amazzonia lo scorso aprile è stata la più alta degli ultimi sei anni, secondo l'Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale. La deforestazione è aumentata anno dopo anno, e lo squilibrio ambientale interferisce con la dieta delle popolazioni della foresta, che si nutrono di ciò che raccolgono, pescano e cacciano.

In diverse aree, la presenza di minatori e mercanti del legno illegali causa anche l’inquinamento da mercurio dei fiumi, contribuendo alla malnutrizione, alla disidratazione e alla diarrea. Di fronte alla diminuzione delle risorse della foresta e alla fame incombente, alcuni indigeni finiscono per lavorare con i non indigeni e aderire a una dieta industrializzata e meno nutriente. “Non si può generalizzare dicendo che i bambini muoiono di malnutrizione, di fame”, afferma Kopenawa. “C'è questo problema dove sono presenti i minatori illegali. Dove non ci sono minatori illegali, i bambini sono sani, mangiano bene e svolgono le loro attività. Quello che manca è l'assistenza sanitaria”, sostiene. “La vita del popolo Yanomami è in pericolo. Il nostro territorio è vulnerabile e deve affrontare tanti problemi allo stesso tempo”.

Alla crisi sanitaria e ambientale si aggiunge l'escalation di violenza in alcune regioni. Questo è il caso della comunità indigena Palimiu, nel Roraima. Da una settimana la popolazione sta affrontando gli attacchi dei minatori illegali, con spari, bombe e gas lacrimogeni contro gli indigeni. Pochi giorni fa c’è stato uno scambio di colpi d’arma da fuoco tra i minatori illegali e la polizia federale durante un’indagine sulle segnalazioni di attacchi al villaggio. Júnior Yanomami, che si trovava nella comunità in quel momento, ha detto che lo scontro è stato particolarmente violento. “Non ho mai visto sparare tanti colpi. Solo nei film. I minatori illegali erano molti e avevano armi pesanti”, dice.

L'anno scorso, gli indigeni crearono una barriera sanitaria per impedire il passaggio dei minatori illegali e cercare di fermare la diffusione del coronavirus. Ma il fiume Uraricoera, dove si trova la barriera, è una delle vie principali della loro attività. Il 24 aprile, gli Yanomami hanno impedito il passaggio di un gruppo. Hanno cercato di negoziare per non farli tornare. La risposta, racconta Júnior Yanomami, è arrivata mezzora dopo, con spari in direzione della comunità. Gli indigeni si sono difesi con frecce e colpi di fucile.

Nei vari conflitti dell'ultima settimana, secondo gli indigeni, sono rimasti feriti tre minatori e uno Yanomami. Due bambini sono annegati mentre fuggivano dagli spari, dicono i capi della comunità. L'ultimo attacco che denunciano è avvenuto domenica. “È molto grave. Tutti hanno molta paura. Anch’io ho preferito restare”, spiega Júnior Yanomami. “Ci sono Yanomami in pericolo. Ho paura che ci sarà un massacro da un momento all'altro. Il governo federale deve muoversi”, grida.

Gli enti indigeni vedono la posizione del presidente Jair Bolsonaro, che ha già fatto delle dichiarazioni contro la demarcazione delle terre indigene Yanomami e solitamente difende la regolarizzazione dell'estrazione mineraria nei territori, come uno stimolo ai conflitti. Mercoledì scorso, l'esercito ha schierato dei soldati nella comunità, ma li ha richiamati poche ore dopo. La 1ª Brigata di Boa Vista non ha risposto quando abbiamo chiesto se invierà nuovamente dei soldati e perché si siano ritirati.

Nel frattempo, la popolazione indigena rimane in uno stato di allerta e paura, dicono i dirigenti. Fino a quando la situazione non cambierà, resteranno anche senza servizi di assistenza alla salute, poiché la Sesai ha ritirato il personale sanitario a causa della gravità della situazione. “L'unità di servizio sarà riaperta non appena sarà possibile operare in sicurezza”, ha detto la segreteria, aggiungendo che le cure di emergenza saranno fornite tempestivamente nel distretto sanitario indigeno che si trova fuori dal territorio. Da parte sua, la Fundação Nacional do Índio (FUNAI) non ha risposto a questo giornale. “C’è un’atmosfera di paura. Molta paura”, dice Júnior Yanomami. “Ora ci sono solo loro. Non c’è polizia federale, né esercito, né assistenza sanitaria. Sono soli a difendere la loro comunità”, ha concluso.

(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Luis E. Moriones)

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