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«Basta retate e violenze». Presidio di eritrei all'ambasciata libica a Roma

Logo Avvenire Avvenire 23/10/2021 Luca Liverani
© Fornito da Avvenire

Le violenze a Tripoli contro i profughi dall’Eritrea hanno raggiunto un livello insostenibile. Rastrellati di notte casa per casa, imprigionati in condizioni disumane, picchiati, presi a fucilate in caso di fuga. Dopo un’evasione di massa, da tre settimane vivono accampati davanti a un centro dell’Acnur per chiedere al governo libico un’evacuazione umanitaria in quanto rifugiati. Ieri mattina una cinquantina di profughi eritrei residenti in Italia sono arrivati a Roma da diverse città per manifestare per i loro connazionali davanti all’ambasciata di Libia di via Nomentana. L’Acnur, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, fa sapere di avere «esortato il governo libico a rispondere alla situazione disperata di richiedenti asilo e rifugiati con modalità che siano rispettose della dignità e dei diritti umani.

Abram Tesfai, rifugiati eritreo che vive a Bologna, è uno dei promotori della manifestazione: «La situazione a Tripoli è esplosiva perché il 1° ottobre - racconta - c’è stato un rastrellamento, gli eritrei arrrivati in Libia fuggendo dalla dittatura sono stati arrestati casa per casa. I militari hanno sfondato le porte, distrutto case, ci sono stati spari e feriti. Migliaia di persone sono state rinchiuse nel centro di detenzione di Al-Mabani, una struttura detentiva da mille posti».

L’Acnur conferma la retata di circa 3 mila persone. Il motivo della brutale operazione di polizia, secondo Abram Tesfai, è la propaganda politica: «A dicembre - spiega - ci saranno le elezioni ed evidentemente il governo ha voluto mostrare ai libici di saper mantenere l’ordine». Le condizioni di invivibilità del centro di detenzione hanno provocato una fuga di massa: «Le guardie hanno sparato e ci sono stati almeno 6 morti e tanti feriti. Molti sono scomparsi e non sappiamo dove siano. Ora vivono da venti giorni davanti al Centro comunitario diurno dell’Acnur, per chiedere un alloggio e il ricollocamento in quanto rifugiati».

L’unica soluzione, dicono gli eritrei, è un corridoio umanitario per distribuire in Europa i richiedenti asilo. «Protestiamo per la violenza della Libia - spiega Abram Tesfai - ma anche l’Italia ha responsabilità in questa tragedia, poiché ha stretto accordi col governo di Tripoli che non rispetta nemmeno le donne incinte e i bambini. Arrivano a separare le famiglie». Al presidio davanti all’ambasciata c’è anche una giovane mamma, la chiameremo Waris, con i suoi due bambini: «Mio marito è a Tripoli, non ho sue notizie». Abram Tesfai lo ribadisce: «I nostri fratelli e sorelle non sono criminali, ma rifugiati che stanno solo cercando sicurezza per la loro vita. La Libia fa il lavoro sporco per l’Italia, l’Italia fa il lavoro sporco per l’Europa».

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