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"Franceschini salvi il museo del Risorgimento". Pubblicazioni sospese e impiegati (al lavoro) ma senza stipendio

Logo La Repubblica La Repubblica 02/12/2020 di Salvatore Giuffrida
© Fornito da La Repubblica

Il risorgimento italiano è morto. La sua fine ha un indirizzo e un palazzo preciso: il museo centrale del Risorgimento, via di San Pietro in Carcere, al Vittoriano. È una morte che non è dovuta a opere revisioniste su Giuseppe Mazzini o Massimo D'Azeglio, ma al ministero dei Beni culturali.

Il quale da oltre due anni ha abbandonato il museo: i sette dipendenti della struttura si sentono infatti lasciati al proprio destino perché da giugno 2019 il museo è chiuso al pubblico e non hanno un presidente né un rappresentante legale la cui nomina spetta al ministro Dario Franceschini.

E da luglio di questo anno non ricevono lo stipendio pur continuando il proprio lavoro di ricerca e redazione di testi didattici. Tutti i giorni vanno al museo, nonostante il Covid, perché per loro non è previsto lo smartworking: per il ministero non esistono. "Meno male che l'Italia ha così tanta storia che può permettersi di abbandonare il suo Risorgimento", affermano con amarezza e sarcasmo. Ma c'è poco da essere ironici.

Questo è un tipico caso di burocazia all'italiana, che nasce nel 2017 quando il museo viene commissariato per fare ordine nei registri contabili e nelle gare d'appalto: il compito di vigilare spettava al ministero. Il commissariamento, gestito dal prefetto Tronca, finisce a giugno 2019. Tutti aspettano la nomina di un nuovo presidente - che coincide con il rappresentante legale - e di un nuovo statuto da parte del ministero, che però non arriva: la struttura di via San Pietro in Carcere rimane chiusa al pubblico.

Sospese le pubblicazioni e le attività didattiche con gli studenti di Roma e i detenuti di Rebibbia, chiusa l'ala Brasini dedicata alle esposizioni, bloccate anche mostre e convegni: paradossalmente è ancora in piedi una mostra sul Risorgimento al Pentagono negli Usa, ma a Roma è tutto fermo. Sospesa anche la pubblicazione degli scritti di Giuseppe Garibaldi: i volumi sono pronti ma non si possono pubblicare perché senza rappresentante legale non si può accedere alle casse del museo. Il ministero è a conoscenza da tempo di questa situazione.

A ottobre Emanuela Nieddu segretario Cisl Fp Roma e Rieti ha scritto al ministro Dario Franceschini. "Una delle eccellenze culturali del nostro paese versa in condizioni inaccettabili, i dipendenti non percepiscono lo stipendio da luglio per la mancata nomina del presidente ma continuano a portare avanti le missioni dell'istituto da soli".

Il sindacato chiede "un immediato intervento del ministro Dario Franceschini" e i dipendenti hanno lanciato una petizione on line per porre fine a uno stallo che ha portato alla chiusura di una struttura fondamentale per la memoria storica di Roma e dell'Italia. "Noi dipendenti auspichiamo che si risolva al più presto questa situazione - spiega Marco Pizzo vicedirettore del museo - potremmo dare un valido contributo anche contro il Covid facendo didattica in presenza e in rete. E anche per noi lavorare in presenza è un rischio. Sarebbe sufficiente nominare il presidente".

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